La nebbia che svela e vela sentieri. Un giorno d’inverno. Un pranzo in campagna in un tempo sospeso, a sorseggiare vino Valpolicella. Un giorno a parlare dei sogni di futuro e del tempo andato.

Poi il discorso si sposta sul destino, su quanto abbiamo donato e avuto. Su ciò che vorremmo.

Mentre aleggia nell’aria la canzone “Ti insegnerò a volare” di Roberto Vecchioni, con la voce di Francesco Guccini, che canta alcune strofe e il ritornello.

Una canzone che è un omaggio e un regalo a Alex Zanardi, il pilota di Formula Uno che, vittima di un grave incidente nel 2001, ha donato la sua vita a insegnare quanto è importante la battaglia per la vita.


“TI INSEGNERO’ A VOLARE”: VECCHIONI, GUCCINI E IL VINO NEGLI ANNI SETTANTA
Mi piace pensare così l’ambiente entro cui raccontare di Roberto Vecchioni e Francesco Guccini, due protagonisti della canzone d’autore italiana degli settanta.

Due cantautori – Vecchioni e Guccini – che nelle loro canzoni hanno mescolato vino e cultura, libri e fili d’ebbrezza. Il tutto fra un giro di chitarra e una storia d’amore.

Il disco “Ti insegnerò a volare” è un riconoscimento a quanto Alex Zanardi ha fatto. E a quanto sta facendo per insegnarci che la vita merita comunque di essere vissuta.

Alex Zanardi ci insegna come, di fronte a una perdita, sia importante concentrarsi su ciò che ci resta. Anziché angustiarci per quanto abbiamo perduto.

La canzone “Ti insegnerò a volare” segna il fugace, ma intenso, ritorno di Guccini alla canzone.

L’ha voluto Vecchioni, per fargli un dono e per ricordare che là sulle montagne tosco-emiliane ha il suo rifugio uno dei grandi della musica d’autore italiana.

Roberto Vecchioni già nel disco “Samarcanda” (1978) fece un tributo al suo amico Francesco Guccini, dopo che quest’ultimo era stato contestato – in modo pesante – a un concerto a Verona, al Teatro Laboratorio.

Assistetti alla contestazione di quella sera, fuori del piccolo teatro dove Guccini si era esibito – assieme a un altro chitarrista – per quattro serate. Una contestazione partita da alcuni studenti che conoscevo. Gente che di Guccini sapeva, peraltro, molto poco.

La “Canzone per Francesco”, di Roberto Vecchioni, è ambientata in un’osteria dove fra vino e sigarette i due cantautori tirano tardi.

I due amici si raccontano, fra bicchieri di vino e frescacce, in un conversare dove pesa come un macigno la contestazione proprio contro Guccini, uno dei più genuini cantautori italiani.

Contestare Guccini voleva dire essere miopi o in malafede. Il Maestrone di Pàvana è stato uno dei cantautori che non si sono mai compromessi con l’industria discografica; e con gli aspetti deteriori del mercato musicale.

“E vorrei dirtelo: ma in fondo cosa importa?
Ti ho visto peggio e già la so la tua risposta
che non c’è niente che non resti
e che non passi con il vino
ma coi ragazzi c’era un fatto personale
non han capito chi ci marcia su e chi vale

La rabbia un tempo la scandiva
soltanto la locomotiva
gettata a sasso sulla strada.

Adesso è giorno di mercato

spuntano a grappoli i poeti
tutte le isole han trovato”.
(R. Vecchioni, Canzone per Francesco)

Il riferimento al vino non è causale. Francesco Guccini è il cantautore che più ha portato il vino nelle canzoni.

Celebre una delle sue migliori composizioni: “Canzone delle osterie di fuori porta”, di cui abbiamo un’eco proprio nei versi che Vecchioni gli dedica con “Canzone per Francesco”:

“E non c’è niente che non passi con il vino
anche Susanna e andata su
per il camino.
E noi vediamo un po’ d’alzarci
perché è l’ora, perché è tardi
a ciucche dure finiremo per capire
come si vive e ci potremo divertire

“Bologna è un vecchio
che ripete la mia vita
l’ultimo amore, l’osteria che mi è restata

Il pane, il vino, i gesti quotidiani, i tanti piccoli-grandi personaggi che popolano la nostra vita di tutti i giorni. Sono questi alcuni fra i protagonisti di molte delle canzoni di Guccini.

Il cantautore modenese, classe 1940, nella sua composizione intitolata “Un canzone” ce lo ricorda.

Il vino e la chitarra, gli amici e l’osteria, gli amori (quieti nella forma e passionali nell’anima) sono i punti di riferimento assieme ai libri e ai valori di giustizia sociale, libertà, indipendenza di pensiero e rispetto degli altri.

La canzone può aprirti il cuore
con la ragione o col sentimento
fatta di pane, vino, sudore
lunga una vita, lunga un momento.

Si può cantare a voce sguaiata

quando sei in branco, per allegria
o la sussurri appena accennata
se ti circonda la malinconia
e ti ricorda quel canto muto
la donna che ha fatto innamorare
le vite che tu non hai vissuto
e quella che tu vuoi dimenticare”.
(F. Guccini, Una Canzone)

 

BOLOGNA, GUCCINI E IL RECIOTO DELLA VALPOLICELLA
Ricordo quella domenica 2 novembre 1975, poche ore dopo l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, quando con il mio amico Gianni D’Aniello andai a Bologna, a casa di Francesco Guccini.

In via Paolo Fabbri 43 – dove arrivammo senza essere né attesi né annunciati – ci aprì la porta una deliziosa studentessa australiana. Francesco si affacciò da una finestra al secondo piano e ci disse: “Entrate! Entrate!”.

Ricordo la montagna di libri che arredava il suo studio. La chitarra Masetti che ci mostrò con orgoglio. E una scatola di Recioto della Valpolicella accanto.

“Ieri notte abbiamo fatto tardi bevendo Recioto”, ci raccontò Guccini quando seppe che eravamo di Verona.

Poi il mio amico Gianni ebbe la brillante idea di chiedergli un autografo. Un autografo a un cantautore degli anni settanta? Era una richiesta fuori luogo, tanto che fulminai il mio amico con lo sguardo.

Guccini mi tolse d’impaccio con la sua solita simpatia. “E se invece dell’autografo vi offrissi un bicchiere di vino?”.

Ci portò allora nella cucina sul retro, dove se ne stava tranquilla la gatta che compare in una foto dell’album “Radici”, dove troviamo un altro omaggio al vino.

E’ la “Canzone dei dodici mesi”:
“Non so se tutti hanno capito Ottobre la tua grande bellezza:
nei tini grassi come pance piene prepari mosto e ebbrezza, prepari mosto e ebbrezza…

Lungo i miei monti, come uccelli tristi fuggono nubi pazze,
lungo i miei monti colorati in rame fumano nubi basse, fumano nubi basse…”


GUCCINI, HEMINGWAY E IL VINO VALPOLICELLA IN FIASCHI

Francesco Guccini, quel 2 novembre del 1975, ci diede il suo numero di telefono di casa. E ci disse che di lì a poco sarebbe venuto a fare un concerto a Verona.

Durante l’inverno venne infatti a Verona, in un cinema teatro di periferia, nel quartiere popolare di Borgo Nuovo.

Un teatrino dove si sarebbero esibiti anche artisti allora poco noti ai più: Franco Battiato, Edoardo Bennato, Alan Sorrenti e Claudio Lolli.

La sera del concerto, Guccini propose i brani dell’album “Via Paolo Fabbri 43”, uscito nel 1976.

E cantò, accompagnato da un solo chitarrista, una delle sue più belle canzoni: “Incontro”.
Una canzone che profuma di amicizia, ricordi, immagini di un treno come viaggio nel passato.

Grazie alla canzone “Incontro” di Guccini scoprii lo scrittore americano Ernest Hemingway. Lo scrittore che sarebbe diventato uno dei più importanti punti di riferimento delle mie letture.

Uno dei romanzi più cari a chi ama Hemingway è il romanzo “Di là dal fiume e tra gli alberi” (pubblicato del 1950).

Va detto che Hemingway è uno scrittore a mio parere molto “maschile”. Non è frequente che piaccia alle donne.

In “Di là dal fiume e tra gli alberi”, poi, Hemingway è più che mai maschile.

Ho avuto modo di leggerlo a 19 anni, mentre finivo il liceo. E l’ho riletto 35 anni dopo. Quando avevo più o meno l’età del protagonista, Richard Cantwell, un colonnello (degradato dal ruolo di generale) malato di cuore.

Cantwell viene rappresentato mentre trascorre alcune giornate in una Venezia tranquilla e solitaria, in compagnia di una giovane nobildonna veneziana, Renata, che egli chiama “Figlia”.

Fra abbondanti libagioni, giri in barca, chiacchiere e momenti di intimità, il colonnello Cantwell vive i suoi ultimi giorni con quella donna che gli dona – con il suo amore – un soffio di giovinezza.

La grandezza di Hemingway, in questo romanzo mal compreso dalla critica, sta nel rappresentare a fondo l‘animo maschile di fronte all’ineluttabilità di quella sconfitta che è la morte.

Non è un caso che il protagonista sia un alto ufficiale americano.

Non è un caso che Renata, la giovane donna che ama e da cui è amato, sia veneziana.

Il colonnello Cantwell rappresenta l’eroe di una battaglia senza futuro. Una battaglia che egli cerca di protrarre per non fare i conti con il destino.

La giovane donna amata è invece l’icona di un rimpianto e un ideale.

Il rimpianto di non poter vivere con lei un tempo infinito. L’ideale di una giovinezza a cui abbeverarsi in attesa della fine.

Fra i due vi sono, poi, le ineluttabili differenze che l’età porta con sé. Il colonnello Cantwell, cinquantenne, avanza con la mente rivolta al passato. La giovane donna che ama, Renata, meno che ventenne, vive nel presente.

E’ un amore impossibile, il loro. Ma proprio per questo è un amore nel senso profondo del termine: un’esperienza intensa, una comunicazione autentica e disinteressata, vissuta senza la ricerca di un tornaconto. E senza la noia del quotidiano insopportabile.

Hemingway scrisse il romanzo “Di là dal fiume e tra gli alberi” con un fiasco di vino Valpolicella sul comodino, nell’albergo di Cortina d’Ampezzo.

Lo scrittore americano – che tanto amava il Veneto e le sue terre – era convinto che il Valpolicella non fosse adatto a essere imbottigliato…

 

Ernest Hemingway - Francesco Guccini - Roberto Vecchioni - Verona Wine Love

Lo scrittore e giornalista Ernest Hemingway

 

“TI INSEGNERO’ A VOLARE”, FRANCESCO GUCCINI E ROBERTO VECCHIONI
Non è difficile trovare in Francesco Guccini le tracce dello scrittore Ernest Hemingway.

Non solo per la somiglianza fisica – non fosse per la statura – del Guccini maturo e dai capelli bianchi rispetto all’Hemingway degli ultimi anni.

Non solo per l’amore di Guccini per una giovane donna, che ha la stessa differenza di età di Renata rispetto al colonnello Cantwell del romanzo “Di là dal fiume e tra gli alberi”.

In Francesco Guccini – con la partecipazione al disco “Ti insegnerò a volare” di Roberto Vecchioni – vi è comunque la grande sfida che Hemingway ha sempre lanciato al destino.

Guccini canta queste strofe in “Ti insegnerò a volare”:
“Se partirai per Itaca 
ti aspetta un lungo viaggio 
un mare che ti spazza via 
i remi del coraggio. 
La vela che si strappa e il cielo 
in tutto il suo furore però per navigare solo 
ragazzo, basta il cuore 
qui si tratta di vivere 
non di arrivare primo 
e al diavolo il destino. 

E se non potrai correre 
e nemmeno camminare 
ti insegnerò a volare 
ti insegnerò a volare”.

Ernest Hemingway ha sfidato millanta volte la morte e il destino.

La sua era una sfida diretta, energica, superba. Lanciata nel fiore degli anni, dall’esperienza nella Prima Guerra Mondiale in Italia alla “morte nel pomeriggio” della corrida a Pamplona, in Spagna.

Buoni (quasi) tutti a sfidare il destino quando si è nel fiore degli anni…

Francesco Guccini – nella canzone “Ti insegnerò a volare” – lancia la sfida al destino, propostagli da Roberto Vecchioni, quando si trova negli anni dell’inevitabile tramonto.

E in questo sta la grandezza e la generosità del Maestrone di Pàvana. Di cui mi resta sempre in mente quella chitarra Masetti e le bottiglie di Recioto della Valpolicella, fra gatti e poeti in via Paolo Fabbri, 43.

Maurizio Corte
@cortemf
www.corte.media

 

“TI INSEGNERO’ A VOLARE” – ROBERTO VECCHIONI E IL RITORNO DI FRANCESCO GUCCINI

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