“Il vino è il prodotto della passione e degli sforzi di chi lavora. Il vino è storia”. Mi sono sempre riecheggiate nella mente le parole di un mio caro amico e sommelier toscano.

Tutto quello che ci circonda ha una storia: un palazzo, una statua, una foto, un libro, qualsiasi cosa.

L’ambiente, in modo particolare, è stato scenografia di vicende che hanno segnato un’epoca e conserva segreti di racconti mai narrati. Da sempre, nel suo silenzio, osserva trasformazioni e cambiamenti, mentre le lancette continuano a scandire i minuti.

Percorsi: tra castelli e filari”, escursione organizzata in occasione del Congresso Nazionale AIS, è stato un vero e proprio viaggio nel tempo. L’itinerario ci ha portato tra le vigne di Soave, tra le mura di un’abitazione antica e quelle della cantina “Rocca Sveva”.

Dettaglio scalinata esterna

Dettaglio della scalinata esterna.

 

In partenza

Quel giorno il tempo non era dei migliori. Speravo che non venisse a piovere, ma le nuvole e il vento non alimentavano le speranze.

Aurora, la responsabile del team AIS che ci avrebbe accompagnato durante il tour, sprizzava energia, felicità, grinta. Era come un caffè che ti sveglia la mattina quando sei ancora mezzo addormentato.

Si guardava in giro dall’alto del Palazzo della Gran Guardia, il luogo di ritrovo per la partenza, sorridendo a chiunque si avvicinasse per registrare il proprio nominativo.

Il biondo della sua chioma si contrapponeva al blu scuro del cappotto e al grigiore del cielo. I capelli erano impeccabili come lo era nel portamento. Notai che l’ombrello era dello stesso colore del soprabito. Casualità o meno, questo dettaglio la rendeva ancora più elegante. La voce di Aurora non tradiva alcuna insicurezza: suonava decisa, netta, sicura. Gli occhi castani erano vispi, attenti, esprimevano estroversione e solarità. A completare la sua bellezza, un sorriso raggiante.

Saliti sul pullman diretto a Soave, si è presentata Marta, la guida del tour. Signora di mezza età, indossava grandi e rotondi occhiali rossi che risaltavano sulla pelle chiara e le gote rosate.

Guida del tour

Marta, la guida del tour.

Dal solo modo in cui esponeva le informazioni al microfono, riuscivo a percepire quanto amasse la storia, il territorio e quanto desiderasse parlarcene.

Guardavo fuori dal finestrino mentre Marta raccontava che al tempo dei romani, lungo queste vie, c’erano delle stazioni di posta che servivano per cambiare i cavalli o per soggiornare la notte.

Intanto, da una parte vedevo le valli, le colline, i monti lessini. Le nuvole che minacciose si stavano avvicinando. Dall’altra edifici vari e la pianura.

Cercavo di immaginare i carri, il rumore delle ruote in legno contro il ciglio della strada, le voci delle persone, ma le auto rendevano vano lo sforzo.

Non dobbiamo aspettarci il castello della Walt Disney!” si assicurava intanto Marta, riportandomi alla realtà. “E’ una dimora medioevale, anche se da lontano sembra una macchina da guerra” continua. “Tra poco lo scorgerete alla vostra sinistra…aspettate…ancora no, a sinistra…aspettate…”.

E tra la vegetazione, ecco che fece capolino il castello di Soave.

Marta aveva ragione. Grande, possente, sembrava essere un posto sicuro per qualsiasi tipo di attacco.

Dalla sua posizione elevata si aveva vista totale sulla pianura. Difficile non rimanere stupiti davanti ad una costruzione simile.

 

I vigneti e il castello

Mentre la corriera percorreva le vie della città di Soave, noi ci guardavamo attorno.

Un dolce paesino, case di colori accesi e strade strette. Più di una volta ho pensato che avremmo toccato un muro. Per fortuna mi sbagliavo.

La salita verso il castello ha regalato un paesaggio unico.

Il contrasto tra il verde scuro del prato e quello più chiaro delle vigne, il marrone tenue delle abitazioni del borgo e di nuovo il verde delle colline, nella loro semplicità, lasciavano senza parole.

L’aspetto e le sensazioni mi hanno riportato ai colli del Friuli e, d’improvviso, tra i pensieri, si fece largo una strofa di Giosuè Carducci: ”ma per le vie del borgo/dal ribollir de’ tini/va l’aspro odor de i vini/l’anime a rallegrar.”.

Giunti al castello ha iniziato a piovigginare.

Entrati all’interno del primo giardino della fortezza, c’erano i resti di una chiesetta distrutta dagli ungari.

Il prato era di un verde rigoglioso. Non sembrava autunno lì dentro, se non fosse stato per l’arietta fredda che si stava alzando e le gocce di quella leggera pioggia che non ti fa capire se la scelta migliore sia l’ombrello chiuso o aperto.

Stavo pensando a queste cose, quando ho sentito Marta esclamare:” Pare che ci abbia soggiornato anche Dante Alighieri!”. Infatti, leggenda vuole che sia stato proprio il celebre scrittore a dare il nome “Soave” alla città per il suo vino delizioso.

Abbiamo ripreso la nostra camminata per un sentiero di ciottoli, che bagnati rendevano la passeggiata più ardua. Sembrava una vera e propria missione per la conquista del castello.

Al secondo giardino ci siamo fermati per due motivi. Per ammirare un affresco del 1321 che rappresentava la Madonna in atto di accogliere sotto il manto alcuni devoti inginocchiati ai suoi piedi e per scorgere l’autunno del panorama.

Affresco torre castello di Soave

L’affresco del 1321 con la Madonna in atto di accogliere sotto il manto alcuni devoti inginocchiati ai suoi piedi.

La distesa dei campi riportava alla mente il concetto di infinito, di grandezza. La quiete rendeva il posto ancora più suggestivo e affascinante.

Per arrivare al terzo cortile, bisognava salire una scaletta metallica. Questo dislivello aveva funzione difensiva.

D’un tratto la nostra guida ruppe il silenzio con un “Capperi!”. Un po’ preoccupati ci siamo iniziati a guardare in giro per capire cosa fosse successo. “Vedete? Si trovano molti capperi a Soave. Anche qui!”. Qualche risatina complice e abbiamo proseguito il nostro tour.

Particolare è stata la porta sotto la quale siamo passati. Si leggevano, a caratteri gotici, i nomi di uomini, condottieri e soldati a cui era stata affidata la difesa.

Dettaglio porta castello di Soave

Porta con i caratteri gotici dei nomi di uomini, condottieri e soldati a cui era stata affidata la difesa del castello.

 

Questa volta ci siamo trovati in un grande piazzale.

Davanti a noi, si ergeva il torrione mastio: imponente, possente. Rappresentava l’ultimo baluardo di difesa della dimora; era luogo di prigione e di tortura.

Al centro, verso destra, un pozzo attorno al quale ci siamo riuniti per ascoltare le spiegazioni di Marta e per la curiosità di guardare il fondo. Non so bene cosa ci aspettassimo di vedere.

La nostra camminata ci ha portato poi dentro una sala detta “del corpo di guardia”.

Dal soffitto pendevano alcune lampade in ferro battuto e gli anelli usati forse per legarvi i prigionieri. Alle pareti armi di offesa e difesa dei soldati scaligeri, armature intere e una mazza ferrata.

L’interno era buio perché dalle finestre non trapelava molta luce. C’era chi usava la luce del proprio smartphone come fonte di illuminazione, quasi ricordando i guerrieri con le torce di fuoco.

Al piano superiore l’atmosfera era diversa.

Il grande camino che ci ha accolto all’entrata lasciava immaginare i guerrieri che si trovavano per bere del vino parlando degli eventi della giornata.

C’erano un lungo tavolo, una panca e delle sedie fatti di legno, mentre in un angolo a destra l’albero genealogico della dinastia scaligera.

Tre sono state le altre sale che abbiamo visitato: la camera da letto, la sala da pranzo e un piccolo studio.

Nella prima stanza il marrone scuro dei mobili intagliati creava un effetto di equilibrio precario con le decorazioni geometriche delle pareti. Erano raffigurati quadri, rombi, stelle, cerchi; tutti di diversi colori, come il rosso-arancio, il verde-acqua, il crema. Un tripudio di tinte che riusciva ad emanare un certo calore. Fuori il freddo autunnale quasi inverno, dentro l’atmosfera accogliente e calda.

Seguivano l’area dedicata ai pasti e allo studio.

Da qui il giro è stato più veloce. Aurora, con orologio alla mano, non voleva fare tardi per la seconda meta del nostro viaggio: la cantina “Rocca Sveva”.

La sala da pranzo ricordava molto la camera da letto. Le pareti avevano meno decorazioni e colori, ma i mobili erano simili. Lo studio, invece, era adornato da dipinti raffiguranti Cangrande della Scala, Mastino I°, Dante Alighieri, Taddea da Carrara moglie di Mastino II° e Cansignori.

Mi stavo dirigendo verso la corriera e ho guardato la fortezza alle mie spalle.

Dentro la nicchia della torre di fronte a me c’era la statua di San Giorgio, che da lontano sembrava un soldato. In linea d’aria, verso sinistra, vedevo la vetta di un’altra torre, dove però sventolava la bandiera italiana.

Religione, storia, amore per la patria sono elementi che hanno da sempre caratterizzato la nostra nazione ed erano lì, tutti e tre davanti ai miei occhi.

Infine, un ultimo saluto al castello: l’unico posto dove sembra che il tempo si sia fermato, l’unico posto in eterna attesa di essere abitato di nuovo.

 

Articolo a cura di Jeena Cucciniello
redazione@veronawinelove.com

Foto a cura di Jeena Cucciniello

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